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CENNI STORICI

Il territorio dell’odierno comune di S. Giorgio della Richinvelda è da sempre legato al Friuli, del quale segue le alterne vicende.
Ritrovamenti fanno risalire qualche insediamento abitato - favorito dalla vicinanza delle acque dei fiumi Tagliamento, Meduna e Cosa che ne segnano i locali confini - addirittura all’età del bronzo (1500 a. C.) anche se i reperti più significativi rinvenuti appartengono alla fine dell’Impero romano (IV e V sec. d. C.).
Si susseguono pure qui i secoli bui in cui precipita il Friuli con ripetute e devastanti invasioni barbariche. Dal 568 si afferma la dominazione dei Longobardi e dal 776 quella dei Franchi di Carlo Magno, che comprende poi l’intero Friuli nel Sacro Romano Impero.
Intanto, da Aquileia e, per questa zona, da Concordia si propaga la religione cristiana, che, per successive aggregazioni, sostituisce il paganesimo dei Romani.
Nel 1077 il patriarca di Aquileia, la cui autorità pastorale è esercitata su un’area vastissima con la supremazia su diverse diocesi circostanti, fra le quali Concordia, ottiene dall’imperatore Enrico IV il titolo di conte del Friuli con prerogative ducali, ossia poteri quasi da sovrano (dovendo, però, coesistere con molte realtà feudali riottose, oltre a città e paesi sotto altri dominatori). Anche la nostra area - ma di preciso non si sa da quando - è soggetta alla giurisdizione “civile” del patriarca aquileiese, mentre quella “spirituale” appare sempre spettata al vescovo di Concordia.
La pieve di S. Giorgio è ritenuta antichissima. Nel 1177 con atto del vescovo Gerardo è assegnata ai canonici di Concordia. La «plebem S. Georgei» compare fra le quaranta pievi, collocate tra le sorgenti e le foci dei fiumi Livenza e Tagliamento, sulle quali papa Urbano III, con bolla del 1186, riconosce al vescovo di Concordia Gionata la giurisdizione spirituale.
La pieve di S. Giorgio diventa matrice, nello scorrere dei secoli, di ben quindici parrocchie, di cui quattro al di là, ossia sulla sinistra del Tagliamento: Grions, Rivis, Redenzicco e Turrida; e undici sulla destra: Arzene, Aurava, Barbeano, Cosa, Domanins, Gradisca di Spilimbergo, Pozzo, Provesano, Rauscedo, S. Martino al Tagliamento e Valvasone. Alcune di queste parrocchie, poi, hanno assunto diverse articolazioni.
Non si conosce esattamente quando i conti di Spilimbergo ottengono in feudo, dal patriarca di Aquileia, anche l’attuale territorio comunale. È del 1281 il primo documento degli Spilimbergo in cui si nomina S. Giorgio. Il 3 febbraio 1332 i conti di Spilimbergo e di Valvasone precisano i confini dei rispettivi feudi, stabilendo, fra l’altro, che la giurisdizione civile su S. Giorgio, Domanins, Rauscedo, Aurava, Pozzo, Cosa e Provesano appartiene agli Spilimbergo. Tale situazione rimane inalterata per oltre 4 secoli e mezzo.
Gli Spilimbergo, a Domanins e a Cosa, costruiscono pure, se non dei veri e propri castelli, delle postazioni fortificate poi trasformate in imponenti palazzi.
Tutti i libri di storia friulana riportano l’uccisione, il 6 giugno 1350, del patriarca di Aquileia Bertrando di S. Geniès, avvenuta alla Richinvelda, nell’ambito, quindi, della pieve di S. Giorgio. Il vecchissimo prelato, ferito gravemente da suoi feudatari ribelli, spira nella chiesetta di S. Nicolò. Bertrando, francese d’origine, nei 16 anni in cui regge il patriarcato, dimostra insigni capacità pastorali e di governo, distinguendosi anche nella carità. Il popolo friulano è talmente colpito dall’efferato evento che comincia subito a venerare e a considerare un taumaturgo Bertrando di Aquileia, poi proclamato beato dalla Chiesa.
Nel 1420
la Serenissima Repubblica di Venezia conquista il Friuli, ponendo fine al potere “temporale” del patriarca di Aquileia. La “dominante Venezia” lascia pressoché inalterati, nella Patria del Friuli, i privilegi e i possedimenti feudali di chi aderisce, come fanno i conti di Spilimbergo, ai “patti di dedizione” o di fedeltà.
In alcuni paesi si affermano consigli di comunità o “vicinie”, costituite dai capifamiglia.
Trascorre un lunghissimo periodo di pace, rotta solo da qualche scorreria dei turchi, come quella orribile del 1478 segnata nei registri parrocchiali di Provesano.
La gente è generalmente poverissima e sopravvive, tra fatica e sofferenza, del poco che riesce a coltivare nei campi, molti dei quali sassosi per le tracimazioni dei fiumi.
Tanta tranquilla benché miserevole condizione, improvvisamente, viene sconquassata dalla battaglia che, dal 16 marzo 1797, combattono lungo il Tagliamento le truppe francesi al comando di Napoleone Bonaparte e quelle austriache agli ordini dell’arciduca Carlo, che ben presto hanno la peggio e sono costrette a ripiegare verso l’Austria.
Iniziano radicali e continui cambiamenti. Il 17 ottobre 1797 Napoleone Bonaparte, con il trattato di Campoformio, cede all’Austria il territorio appartenuto alla Repubblica di Venezia. Nel 1806 ricompare il governo di Napoleone, divenuto nel frattempo imperatore dei francesi e re d’Italia, che impone l’istituzione di comuni, con la definitiva eliminazione di ogni ordinamento feudale (i conti di Spilimbergo cessano così da ogni funzione “pubblica”).
Al ritorno della dominazione austriaca con il Regno Lombardo-Veneto l’organizzazione comunale resta confermata. Con imperial-regia notificazione del 1818 a formare il comune con capoluogo S. Giorgio sono le frazioni di Domanins, Rauscedo, Aurava, Pozzo e Cosa.
All’epopea del Risorgimento nazionale, dal 1848, partecipano anche abitanti di questi paesi.
Dopo l’unificazione al Regno d’Italia del 1866 al comune, a cui nell’anno successivo al nome S. Giorgio si aggiunge ufficialmente la specificazione “della Richinvelda”, è aggregata nel 1871 anche la frazione di Provesano.
Tra il 1880-85 è completata l’arginatura dei fiumi principali, sottraendo i paesi rivieraschi dal pericolo di inondazioni.
Le condizioni economiche della popolazione sono sempre critiche. Iniziative agricole anche sperimentali e cooperative sono avviate. Nel 1891 è fondata la Cassa Rurale di Prestiti di S. Giorgio della Richinvelda (ora Friulovest Banca), che molto contribuisce in zona a migliorare “la condizione materiale e morale” e non solo per i soci.
Per cercare il pane ovunque fosse possibile molti emigrano. Alcuni fanno fortuna con loro imprese edilizie in Austria, Ungheria e Romania.
Entrata nel 1915 l’Italia nella Grande guerra molti uomini del comune sono richiamati per combattere al fronte e numerosi sono i caduti, come attestano i monumenti che, in ogni paese, ricordano il loro supremo sacrificio. La popolazione da fine ottobre 1917, dopo la “rotta di Caporetto”, è drammaticamente investita dagli eventi bellici, sopportando vessazioni, ruberie, distruzioni e violenze dalle truppe tedesco-austriache di occupazione. Molti sono i profughi e la foto di alcune donne di Provesano in fuga sopra un carretto assurge a simbolo nazionale di quelle funeste giornate.
Il primo dopoguerra è molto difficile. Molti reclamano lavoro e suscitano «vivo fermento» anche in municipio. Tanti emigrano verso le Americhe, poiché gli stati successori dei dissolti Imperi centrali sono attanagliati da una nera crisi economica.
A Rauscedo si afferma la produzione di viti innestate (le “barbatelle”), l’unico metodo efficace per debellare la fillossera, l’insetto che attacca i vigneti distruggendoli. Nel 1933, da una società di fatto avviata due anni prima, si costituiscono i Vivai Cooperativi Rauscedo.
Durante la Seconda guerra mondiale il maggior numero di morti tra i soldati provenienti dai nostri paesi si hanno nella ritirata di Russia, nell’affondamento della nave “Galilea” e nei combattimenti in Albania. È dura l’occupazione tedesca dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Provesano subisce bombardamenti. Aderenti alla Resistenza o ritenuti tali sono deportati a Dachau e Mauthausen o incarcerati a Udine e Pordenone.
Il secondo dopoguerra con le sue difficoltà costringe nuovamente diversi a emigrare. Alcuni ritornano quando la crescita economica consente maggiori opportunità di lavoro.
Oltre all’agricoltura, sono sorte aziende artigianali, commerciali, di servizi e piccole industrie. I cambiamenti sono vorticosi ma, rispetto alla staticità dei secoli passati, è il nuovo che anche qui si impone.                                                                                                                    
 
Vannes Chiandotto


Profughi di Provesano. Novembre 1917
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